Cronache Marocchine

Rabat

Con il treno che taglia in due una pianura rossastra, quasi inospitale, però coltivata a sprazzi, oasi. Si incrocia con altri treni como succede dappertutto, ma con meno rumore. Fanno a gara a chi è più lungo, come in un vecchio gioco alle elementari (vinceva sempre un certo Luigi, chissà se ce la fatta a entrare nel mondo del porno? Per la cronaca io mi attestavo sulla media nazionale)

Grandi proprietà, brulle, di tanto in tanto un edificio, normalmete più largo che alto, sicuramente più fatiscente che vecchio, ma con almeno tre parabole sul tetto.

Poche galline in un campo enorme, vegliate da una donna religiosamente velata e da due bambini che giocano con un filo, un tappo e un bicchiere.

Qualche pecora che mangia immondizia, lana appena tosata.

Gente a piedi sulla stradina sterrata parallela alla ferrovia, pozzanghere da evitare, ha piovuto molto e sta quasi per ricominciare.

Dal trenino piccolo nero e sporco che parte dal’aereoporto si passa a uno più lungo, rosso e sporco che arriva a Rabat, dove le stazioni non hanno nome e ci si può affidare solo alle informazioni dei tuoi compagni di viaggio (in una lingua che odi e capisci poco o in una che ti affascina ma che non capisci proprio), o alla proverbiale puntualità dei treni marocchini (senza ironia, giuro! Andata e ritorno in orario perfetto!).

A Rabat i taxi sono (quasi) tutti Fiat UNO blu pescate chissà dove, le macchine non ti lasciano attraversare neanche sulle (poche) strisce pedonali e gli uomini guardano le donne occidentali come gli uomini occidentali non guardano neanche un piatto di spaghetti alla carbonare appena fatti dalle mie dolci manine.

Per la strada la gente senza lavoro chiede la carità, e la gente con un lavoro gliela fa, spesso sono donne delle quali vedi solo gli occhi. Nessuno vaga ubriaco e senza meta e non ci si può baciare in pubblico.

C’è la medina, come dappertutto: città vecchia, mercato e zona commerciale, di commercio maghrebino sia ben chiaro. In parte ocidentalizzato nei prodotti, in parte artigianale e gastronomico, con eccezionale carenza di igiene, da acquolina in bocca, e sovrabbondanza di gatti.

C’è la tour Hassan, unica parte veramente costruita di quella che doveva essere la moschea più grande del mondo islamico, poi abbandonata a causa di svariate speculazioni edilizie.

C’è la poca igiene dicevo, con conseguente diarrea del viaggiatore, vi risparmio il racconto, ma mi ha impedito di ripredere il treno per una gita a Fes, troppo importante avere un bagno pulito a portata di mano.

C’è gente ospitale, bella, a tinte forti, quand’è che qualcuno che parla francese o arabo (marocchino) e privo di problemi intestinali viene con me a fare un tour del Marocco come si deve?

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