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Piccoli blog (non) crescono

Calimero

Da oggi il mio piccolo blog scritto da un povero imbelle studente diventa un piccolo blog scritto da due imbelli studenti. Si realizzano così in un sul colpo i miei due sogni di avere un blog collettivo e di avere un blog bilingue. Calimero22 pubblicherà in spagnolo, io appena me ne accorgo aggiungerò la traduzione in fondo.

Calimero22 (a voi scoprire chi è) darà da ora in poi il suo specializzatissimo contributo alle pagine fin qui senza scienza di questo spazio.

Finalmente non solo racconti puerili basati su sogni, incontri casuali, cose inusitate, liste sterili di cose viste per caso, ma una vera e propria fonte di sapienza che, dopo averla vista all’opera, sono sicuro vorrete interrogare sui fatti della vita.

Freud si impossesserà di noi senza lasciarci più. Credevate che quel tomo polveroso pieno di nomi di malattie fosse lì per scongiurare il malocchio? No! Siete tutti malati e Calimero22 ve lo dimostrerà!

Ma a lei la parola (traduzione in fondo…):

Saludos! Me llamo Calimero22 y sere el/la psicoloco/a que os haga preguntaros quienes sois y de donde venis y os den ganas de encerraros corriendo en un psiquiatrico! Con mis vagos conocimientos en psicologia y mucho humor (recordad esto) , sacare a la luz vuestras manias y obsesiones mas inconfesables! Porque nada se escapa a los ojos de la psicologia… ni a los mios! Temblad! Quien será el primero? jajajajaja

Traduzione:

Saluti! Mi chiamo Calimero22 e sarò il/la “psicoloco/a” [1] che vi farà domandare chi siete e da dove venite e vi farà venire la voglia di chiudervi di corsa in un ospedale psichiatrico! Con i miei vaghi conoscimenti della psicologia e con molto humor (ricordatevi di questo), porterò alla luce le vostre manie e le vostre ossessioni più in confessabili! Perché niente scappa agli occhi della psicologia, e neanche ai miei!

Tremate! Chi sarà il primo? Hahahahahaha

[1] Divertente e intraducibile gioco di parole composto dalla parola psicologo e dalla parola “loco/a” (matto).

Insomma, ormai è fatta, vediamo cosa ne viene fuori.

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Nonni

nonni

Poco fa sulla metro ho lasciato il posto a sedere ai miei nonni. Lei lo conduceva come si fa con un invalido: chi ha avuto un nonno malato di parkinson lo riconosce subito, si vede dagli occhi. Ti guardano come se fossi un metro più in là, se guardi bene riesci a leggergli dentro che si sono dimenticati qualcosa di importante, ma che non si ricorderanno mai più che cos’è. Sicuramente legge molto, anche se poi non te lo saprà raccontare.
Io in piedi li fisso, forse se ne accorgono, ma sono magnetici per me. Lei capelli bianchi e occhialoni, muove le labbra come un ventriloquo per pregare o canticchiare qualcosa. Gonnellone lungo e largo, in fondo lui le fa compagnia, quando se ne andrà non sarà solo un sollievo.
Non vorrei azzardare troppo, ma secondo me è stata sarta e da pensionata continua a fare vestiti per clienti occasionali. Ha un nipotino che spesso dorme da lei al quale tutte le sere, per farlo addormentare, racconta la solita storiella in dialetto della quale lui non si stuferà mai, e forse neanche lei, salvo poi dimenticarsela. Cerca di convincerlo a pregare con lei: lui ci starà fino a un certo punto, poi la deluderà. È una cuoca sopraffina, le sue ricette sono scritte e mano in un vecchio taccuino, specialità: cucina regionale. Nessuno ha saputo ereditare la sua stessa maestria.
Ha imparato a sgridarlo senza che si arrabbi:arrabbiarsi gli fa male al cuore. Non è servito a molto, perché lui un giorno, senza avvisare, chiuderà quegli occhi che, mettendo finalmente a fuoco il suo viso, senza poterglielo dire, si ricorderanno improvvisamente di tutto.
Lei rimarrà in compagnia dell’unico figlio, del nipotino e di quella foto, il giorno del suo compleanno, dove si baciavano da nonni, col controluce della finestra.
Dopo non troppo tempo il nipote, ultimo rimasto, venderà quella finestra, con annessi pavimento di legno ormai rovinato, divano morbidissimo dove andava a giocare col cane prima che lo sgridassero, armadio a muro dal quale sbucava il suo letto fatto apposta per farsi raccontare le storie in dialetto, piccola cucina dove ha imparato a fare la pasta ripiena, vecchia macchina da cucire alla quale annodava sempre tutto il filo, grande letto di ferro battuto nella camera dei nonni, sul quale ha sempre avuto paura di salire, e vecchio contatore al quale erano appese le chiavi dell’ascensore.

Da non molto tempo le persone che non ci sono più hanno cominciato a venirmi a trovare, devo dire che me l’aspettavo. Credo di essere abbastanza preparato all’evento. Basta sorriderci su e raccontarlo con dolcezza.

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E qualcosa rimane…

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E non pensiate che abbia copiato il commento di wollo, questo post era già pronto prima solo che non riuscivo a caricare il video su youtube, è che siamo affini!

Felice per la divertente visita che , direi, qualcosa lo ha lasciato:

– La mia stanza senza la roba di Vale sparsa in giro ora sembra enorme.

– Ora so dove fanno il miglior pollo di Madrid.

– Un carnet da 10 biglietti è meglio di un abbonamenteo settimanale.

-Le suore di Toledo non fanno all’amore quindi fanno il marzapane.

– Ho conosciuto Romino.

– Per trovare dei camerieri simpatici e gentili bisogna andare nei posti strani (un po’ caro e attenti alle foto, ma ne vale la pena).

– La mia Fi(cough cough…burp)nzata a forza di dar corda a quei tre, ora è scagnozza del padrino.

Foto mie e di Wollo (e forse prima o poi anche di Vale).

Alejandro Sanz è la versione giovane di Claudio Baglioni.

– La macchina di Cristina può volare.

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Baffo ritorna…nn siete felici?

fagotto

Sì perché per le feste natalizie mi pare il minimo tornare a vedere come stanno i miei amici ai quali voglio tanto bene!

Perché devo vedere le luci d’artista!

Perché devo scofanarmi un sacco di cocktail gratis al bierkie!

Perché così vi cazzio perché non leggete e non commentate!

Perché devo scofanarmi le leccornie della nonnina!

Perché non voglio passare il capodanno soffocandomi di uva nel freddo di Madrid!

Ecco…a tal proposito…se non si era ancora capito questo è un post molto personale, quasi di servizio…

Qualcuno non sa cosa fare sabato intorno all’1.30-2.00 di notte e ha tanta voglia di venire a prendermi a porta Susa?

Ecco l’ho detto, ora fioccheranno i commenti e le proposte e sarò costretto a scegliere deludendo qualcuno di voi, mi dispiace, sappiate che vi adoro lo stesso anche se l’onore di venirmi a prendere toccherà soltanto a uno di voi!

Ci vediamo sabato. Ah…grazie eh!

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Cronache Marocchine

Rabat

Con il treno che taglia in due una pianura rossastra, quasi inospitale, però coltivata a sprazzi, oasi. Si incrocia con altri treni como succede dappertutto, ma con meno rumore. Fanno a gara a chi è più lungo, come in un vecchio gioco alle elementari (vinceva sempre un certo Luigi, chissà se ce la fatta a entrare nel mondo del porno? Per la cronaca io mi attestavo sulla media nazionale)

Grandi proprietà, brulle, di tanto in tanto un edificio, normalmete più largo che alto, sicuramente più fatiscente che vecchio, ma con almeno tre parabole sul tetto.

Poche galline in un campo enorme, vegliate da una donna religiosamente velata e da due bambini che giocano con un filo, un tappo e un bicchiere.

Qualche pecora che mangia immondizia, lana appena tosata.

Gente a piedi sulla stradina sterrata parallela alla ferrovia, pozzanghere da evitare, ha piovuto molto e sta quasi per ricominciare.

Dal trenino piccolo nero e sporco che parte dal’aereoporto si passa a uno più lungo, rosso e sporco che arriva a Rabat, dove le stazioni non hanno nome e ci si può affidare solo alle informazioni dei tuoi compagni di viaggio (in una lingua che odi e capisci poco o in una che ti affascina ma che non capisci proprio), o alla proverbiale puntualità dei treni marocchini (senza ironia, giuro! Andata e ritorno in orario perfetto!).

A Rabat i taxi sono (quasi) tutti Fiat UNO blu pescate chissà dove, le macchine non ti lasciano attraversare neanche sulle (poche) strisce pedonali e gli uomini guardano le donne occidentali come gli uomini occidentali non guardano neanche un piatto di spaghetti alla carbonare appena fatti dalle mie dolci manine.

Per la strada la gente senza lavoro chiede la carità, e la gente con un lavoro gliela fa, spesso sono donne delle quali vedi solo gli occhi. Nessuno vaga ubriaco e senza meta e non ci si può baciare in pubblico.

C’è la medina, come dappertutto: città vecchia, mercato e zona commerciale, di commercio maghrebino sia ben chiaro. In parte ocidentalizzato nei prodotti, in parte artigianale e gastronomico, con eccezionale carenza di igiene, da acquolina in bocca, e sovrabbondanza di gatti.

C’è la tour Hassan, unica parte veramente costruita di quella che doveva essere la moschea più grande del mondo islamico, poi abbandonata a causa di svariate speculazioni edilizie.

C’è la poca igiene dicevo, con conseguente diarrea del viaggiatore, vi risparmio il racconto, ma mi ha impedito di ripredere il treno per una gita a Fes, troppo importante avere un bagno pulito a portata di mano.

C’è gente ospitale, bella, a tinte forti, quand’è che qualcuno che parla francese o arabo (marocchino) e privo di problemi intestinali viene con me a fare un tour del Marocco come si deve?

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“Niente canne qui!” “Ah,ne giro una…”

 Rnb

Ti ho visto che sei lì, con lei.

Sfigatello e immobile, come me nella tua stessa situazione.

L’hai fatto per lei di venire, piazzarti, guardarla, fermarti.

“Beviamo?” “Sì”.

Fa finta che le piaccia: un gatto con una zampa più corta.

Si guarda intorno, meditabonda, parlarci è difficile: preferisce riflettere, guardarti e farti pensare alla sua sigaretta.

Piace anche a me sai? Lei.

Ma ho gli occhi rossi per il fumo, un altro lì dietro è circondato, proiettano un video giapponese.

Perdonami, un giorno le tirerò fuori le parole, già me le immagino: “Che fai? Non parli? Capita anche a me sai!”

Vi lascio soli, meglio pensare a come arrivare a casa. “Mi accompagni?”

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La vittoria della siesta

Salamanca

Torno da un ponte a Salamanca e dintorni con un gruppo di figliuole madrilene e rifletto sull’importanza della siesta.

In spagna la cena è appena uno spuntino, è il pranzo il vero pasto importante, gli si dedica del tempo e dell’energia e dopo va ben digerito. Forse era così anche da noi, tanto che nel fine settimana il pranzo si trasforma da panino ad abbuffata riacquistando dignità.

Qui il denaro e il lavoro non hanno vinto sulla tradizione. Il pranzo è più importante, è più sano mangiare di più a pranzo. Nessun maledetto capo potrà permettersi di non farmi a tornare a casa, cucinarmi qualcosa e riposare dopo per stimolare la digestione.

Capo, dammi tre ore di pausa, le pretendo, non ti permetto di abbattere le mie tradizioni, voglio mangiare e dormire. Voglio la mia siesta. Voglio un pasto caldo e sano, non come quelli là, gli italiani, che col bene che fanno da mangiare si fanno rubare la salute da sotto il naso.

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